Giampietro Stocco

Nero Italiano
(Leseprobe aus: Nero Italiano, Roman, Kapitel 1-3, 2003, Fratelli Frilli Editori)

CAPITOLO PRIMO 

Notte fredda e piovosa. Sull'ampio spiazzo situato in cima alla grande scalinata, ai due lati dell'enorme lapide di bronzo, stavano immobili come statue i granatieri di guardia. Tanta marzialità non era certo dovuta al rispetto per una memoria ormai vecchia più di trenta anni, ma alla violentissima luce che tre potenti batterie di fari installate nei Fori di Cesare e di Augusto e su Palazzo Venezia proiettavano sull'intero monumento. Sulla vecchia Macchina da Scrivere illuminata a giorno non ci si poteva rilassare. Un ufficiale della Milizia aveva il compito specifico di controllare se la Guardia al Sacrario della Patria osservava le rigide regole stabilite dal Ministero della Guerra. Ogni mattina veniva steso un rapporto: il solo avere scambiato due chiacchiere davanti al Sepolcro poteva significare la partenza per il Corno d'Africa. La cascata di luce sull'ex monumento al Milite Ignoto non era dovuta soltanto a motivi patriottici. Da qualche tempo, infatti, il candido marmo veniva regolarmente imbrattato da scritte inneggianti alla democrazia e al socialismo. Per quanto squadre di operai passassero ogni notte munite di idranti, spazzole e vernice bianca, non si riusciva più a cancellare del tutto gli slogan. Né la Milizia riusciva a cogliere sul fatto gli anonimi vandali, in genere studenti che si spostavano veloci in sella alle loro biciclette. Così si era deciso per l'illuminazione a giorno da tre punti diversi a un costo che, nell'anno 1975, ventiquattro mesi dopo che i paesi islamici avevano deciso di lasciare l'Occidente senza petrolio, l'Italia fascista non poteva permettersi. Così, mentre simile a un chiarore diffuso all'orizzonte, la luce proiettata sulla tomba del Padre della Patria era visibile a decine di chilometri di distanza, dal tramonto tutte le strade di Roma rimanevano invece al buio.
I raggi dei riflettori colpivano con violenza il bianco marmo del Sacrario del Duce e e venivano riflessi tutt'intorno, entrando come un chiarore diffuso in tutti gli edifici vicini. Un chiarore che, pallido come un raggio di luna, disegnava un rettangolo incerto sull'antico pavimento di una sala di Palazzo Venezia; l'unica altra fonte di illuminazione era la luce fioca di un unico lampadario a bassa intensità appeso al soffitto. Rimanevano così in penombra i volti delle persone sedute ai quattro lunghi tavoli addossati alle pareti: ventiquattro uomini e tre donne, dei quali solo un paio in divisa. Spiccava, sulla parete centrale della stanza, un'ampia tribuna sopraelevata rispetto agli altri posti e ricoperta di broccato rosso. Dietro di essa, una robusta sedia rinascimentale dotata di braccioli, sulla quale era abbandonato un vecchio. L'uomo, che un tempo doveva essere stato piacente, aveva ancora i capelli nerissimi tirati indietro sul capo dalla brillantina e portava, un po' stretto sullo stomaco sporgente e sui fianchi larghi, un doppio petto color grigio chiaro. Il suo largo collo era chiuso dal colletto di una camicia di seta bianca e da una cravatta nera ornata da una perla. Sulla parete dietro di lui, a malapena illuminato dal lampadario che rischiarava l'ambiente, campeggiava un enorme ritratto a olio di Benito Mussolina. Mentre aspettava, indolente come al solito, di dare inizio alla riunione del Gran Consiglio, il segretario nazionale del Partito Fascista Galeazzo Ciano scoccò un'occhiata al cipiglio truce del suocero che sembrava ammonirlo dall'alto. Se solo potesse vedere come abbiamo trasformato il regime in trent'anni, pensò tra sé mentre tamburellava con le dita sulla cartellina di cuoio che aveva davanti. Poi, schiarendosi la voce per richiamare l'attenzione, accese un minuscolo lume da tavolo e cominciò a parlare. 
"Camerate e camerati, mi sforzerò di non annoiarvi" esordì controllando il suo abituale tono stridulo. "Di fronte a me ho i dati forniti dai Ministri degli Esteri e dell'Economia sulle conseguenze della crisi energetica nei rapporti internazionali. Nel mio dossier ho anche un rapporto del ministro dell'Interno. Ma andiamo per ordine". 
Ciano aprì la cartellina e posò il primo dei due fascicoli davanti a sé. I suoi polsini di platino luccicavano nell'insufficiente luce della sala. 
"Da due anni ormai i Paesi arabi e islamici ci elargiscono il petrolio con il contagocce. L'Italia può fare conto solo sulle esigue riserve libiche, e con la guerra nell'Africa Orientale non siamo in grado di distrarre risorse per ricavare ciò di cui abbiamo bisogno. Ho notizia che all'estero le cose non vanno meglio: gli Stati Uniti stanno dando fondo ai giacimenti nazionali, visto che la Persia dello Scià, unico fornitore loro rimasto dopo la rivolta islamica in Arabia Saudita, in seguito alle proteste di piazza organizzate dagli sciiti ha ridotto drasticamente le esportazioni di greggio. Gran Bretagna e Francia stanno cercando nuove linee di rifornimento in Africa, ma anche qui le nuove repubbliche teocratiche spuntano una dopo l'altra e non vogliono vendere petrolio agli antichi colonizzatori. Il Reich tedesco non manca di fonti di energia, ma come sapete non ha petrolio. Il presidente Albert Speer mi ha tuttavia personalmente assicurato la fornitura di gas e carbone. Dopo i recenti voltafaccia di Grecia, Spagna e Portogallo, la Germania è ormai l'ultimo amico che abbiamo in Europa."
Ciano fece un'altra pausa, sospirò e riprese. 
"Chi sta bene, ma bene davvero, è la Russia bolscevica. In nome dell'internazionalismo e dell'aiuto alle nazioni povere, i capi comunisti lisciano il pelo ai mullah musulmani, e ottengono tutto il greggio che vogliono a prezzi stracciati. Ma, come sapete, l'Italia da mezzo secolo non ha più alcuna relazione diplomatica ed economica con la sedicente Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche". 
Ciano si allargò leggermente il colletto della camicia, bevve un sorso d'acqua da un bicchiere di cristallo e passò al secondo rapporto. 
"Qui, invece, il ministro per l'Interno Casamassima mi informa che non solo a Roma ma anche a Napoli, Palermo, Milano e in molte altre città gli studenti stanno scendendo in piazza a migliaia. Avete sentito bene, migliaia. Spero siate tutti così smaliziati da non tenere conto delle notizie preconfezionate che diffondono quotidiani, radio e televisione. Camerati, qui non è più solo qualche teppista che inneggia al comunismo imbrattando l'Altare della Patria. Dopo cinquantatré anni di regime, sembra che i nostri giovani vogliano mandarci tutti quanti a casa. Grazie al cielo nelle fabbriche le cose vanno un po' meglio: per ora, ma solo per ora, gli operai di Alfa Romeo, Fiat, Italsider, si limitano a minacciare ogni tanto lo sciopero per la settimana di 40 ore e i consigli di fabbrica." 
Galeazzo Ciano sospirò e riprese a parlare osservandosi distrattamente le mani. 
"Vedete" disse, "il fatto è che io sono vecchio, ormai ho passato i settant'anni. Quando succedetti al Duce nel 1944, potei toccare con mano che fortuna aveva avuto l'Italia a rimanere neutrale nella guerra più devastante del secolo. E' vero. Alla fine del conflitto eravamo poveri. Ma non eravamo a terra come gli altri." 
Ciano agitò la sua grossa mole sulla sedia, bevve di nuovo e continuò, sempre più con fatica.

"Temo però che avere mantenuto in vita il fascismo ne abbia solo rimandato la fine. Io ho fatto quello che ho potuto: ho abolito per me il titolo di duce, dal 1945 ho cancellato le leggi razziali e tutte le disposizioni antisemitiche varate nel '38, ho aperto le carriere di partito e gli incarichi di governo alle donne. Per lo scandalo di alcuni di voi mi tengo in contatto con alcuni esponenti fuoriusciti della vecchia opposizione. Da qualche anno i giornali possono criticare il regime, sia pure addomesticati della censura. L'Italia si è modernizzata, e a dispetto della recente crisi energetica abbiamo piena occupazione nell'industria. Quasi tutti hanno un'auto. Chi vuole può divorziare, e per questo Osservatore Romano e Radio Vaticana bollano il fascismo come nemico della famiglia. Il fascismo nemico della famiglia!" ripeté Ciano battendo un pugno massiccio sul tavolo. 
"Grazie a Dio il Duce non è qui a sentire questa assurdità!
Ma tutto questo non basta" riprese Ciano detergendosi il sudore dalla fronte con un candido fazzoletto di lino dalle cifre rosse. "Ora che la monarchia è tornata in Spagna anche il re d'Italia vuole cercare di farsi democratico! Come se non fosse stato proprio suo padre mezzo secolo fa a spianare la strada a Benito Mussolini... Avete visto la settimana scorsa Umberto II affacciarsi dal Quirinale per salutare gli studenti in corteo?"
Un mormorio sommesso cominciò a levarsi dal fondo della sala. Ciano sollevò in alto un palmo per ottenere di nuovo il silenzio. 
"D'accordo, d'accordo," disse, "dopo il recente giro di vite, ve lo concedo, quei ragazzi non erano in molti. Ma il gesto del Re ha impedito che quei quattro gatti sperduti venissero tutti arrestati dalla Milizia! Che spettacolo! Le foto hanno fatto il giro del mondo! Il rampollo, si fa per dire, di una delle dinastie più autoritarie d'Europa, un vecchio come me che non si vergogna a inneggiare al comunismo insieme con un manipolo di ragazzini! E il principe Vittorio Emanuele che va a Mosca in visita privata! Vi meravigliate, adesso, che gli studenti si sentano forti e sempre più arroganti?"
Ciano si sentiva sempre più stanco, ma voleva arrivare alla fine. 
"Come vi dicevo, io ho fatto la mia parte perché dal regime di Starace e dei cerchi di fuoco passassimo a una nazione moderna. Il fascismo però non è un elastico che si possa tendere all'infinito. Non possiamo perdere la nostra identità. Non possiamo reintrodurre completamente quel parlamentarismo che è stata la rovina dell'Italia liberale. Non possiamo permetterci un'assoluta libertà di stampa. Non possiamo rinunciare alla polizia segreta né alla Milizia. Ma, d'altra parte, non possiamo neanche tornare alle adunate la domenica. Già è tanto che sia rimasto il sabato fascista, e solo perché non si lavora. Grazie a me, la camicia nera ormai si mette solo il 28 ottobre e non è più neanche obbligatoria. Insomma, camerati: siamo in mezzo al guadoi. A voi il compito di tirarci fuori. Ma attenti a quale sponda sceglierete!" 
Il segretario nazionale del Partito Fascista si appoggiò sullo schienale della sua massiccia sedia e tacque. Era spossato, il suo cuore batteva come un martello. Bevve un nuovo sorso d'acqua mandando giù insieme due pillole. 
Nella sala per qualche istante regnò il silenzio. I consiglieri si scambiarono qualche rapida occhiata, per poi tornare a fissare gli appunti che avevano sotto mano. Finalmente prese la parola il ministro per la Cultura e la Comunicazione Maria De Carli.  Gli occhi azzurri, un caschetto di capelli neri, vestita di un austero tailleur beige che le dava un'aria vagamente germanica, la donna si levò in piedi.  Dall'alto del suo metro e settantacinque, esibì uno dei suoi sguardi circolari, quelli che la televisione stava rendendo famosi.  Esaminò così, uno per uno, tutti i propri interlocutori. 
"Il segretario nazionale ha svolto un'analisi acuta," disse Maria De Carli. "Ma io la considero, con tutto il rispetto, disfattistica". 
La frase suonò come una frustata. Anche se, con gli anni, i consiglieri si erano abituati a sentire criticare il Capo nei corridoi, l'accusa stavolta era pubblica e diretta. I gerarchi ricominciarono a parlare tutti insieme, sfogando la tensione accumulata durante la relazione di Ciano. Gli unici a tacere erano Maria De Carli e il ministro dell'Interno Adolfo Casamassima, un fascista della vecchia guardia che veniva alle riunioni del Gran Consiglio ancora in orbace. Ciano, dal canto suo, fissava immobile il ministro della Cultura e della Comunicazione. Gli occhi azzurri freddi come il ghiaccio, Maria De Carli attese che il silenzio tornasse in sala e riprese i suoi ragionamenti. 
"La rivoluzione fascista è stata una rivoluzione vincente. Da un avversario come Lenin abbiamo imparato che in politica il fine va assoggettato al mezzo. Così abbiamo riformato il regime e siamo sopravvissuti alla fine del Terzo Reich di Hitler. Io ero poco più di una bambina quando la bomba di Stauffenberg seppellì il nazismo insieme con il suo Führer. Piansi di rabbia quando il rinnegato Albert Speer, che a Hitler doveva fama e potenza, formò il governo militare provvisorio che sottoscrisse l'armistizio con le potenze occidentali e la Russia bolscevica. Oggi il rinnegato è presidente del nuovo Reich tedesco e io una donna matura. Così oggi capisco che la Germania deve a un traditore la sua integrità nazionale. E la Germania, come ha detto il segretario nazionale, rimane il nostro unico amico in Europa. Quindi, se accetto Speer in Germania, accetto che in Italia  il fascismo sia stato democratizzato." 
Maria De Carli fece una pausa per valutare l'impatto delle sue parole sull'uditorio. Ciano continuava a fissarla attento, Casamassima prendeva appunti. Gli altri consiglieri la guardavano intimoriti. 
"Tuttavia" riprese Maria De Carli cominciando a muoversi dal suo posto verso quello Ciano, "credo che il segretario nazionale sia in errore quando dipinge il fascismo come alla fine dei suoi giorni. Il fascismo è dinamicità continua" disse la donna fermandosi di fronte al successore del duce, "vederlo immobile, o addirittura morente è una prospettiva da vecchi democratici". 
L'atmosfera in sala era al culmine della tensione: la stenografa incaricata di riprodurre il verbale della riunione del Gran Consiglio tremava senza ritegno. Non era mai successo che un gerarca attaccasse in questo modo il successore di Mussolini. Ciano appariva invece divertito. 
"Galeazzo, tu dici che i giovani ci vogliono mandare tutti a casa" disse Maria De Carli improvvisamente confidenziale. "Noi però possiamo usare i mezzi della diplomazia e della propaganda per far cambiare loro idea e per evitare che qualche agitatore di professione si faccia forte della loro protesta." 
Il ministro degli Esteri Giorgio Scola alzò di colpo la testa dai suoi incartamenti. "E in che modo, se è lecito, camerata De Carli?" chiese con aria seccata. 
"Quanto alla propaganda, che è il mio campo" riprese la donna continuando a fissare Ciano, "continueremo a fare quello che stiamo facendo da almeno tre anni: esalteremo le similitudini originarie tra fascismo e socialismo, il ceppo comune da cui entrambe le ideologie derivano. Quanto alla diplomazia, che è il settore di Scola, apriremo un nuovo corso verso la Russia bolscevica. E, camerati, chiamiamola finalmente con il suo nome, Unione Sovietica. La guerra è finita ormai da trent'anni". 
"A cosa vuoi arrivare, camerata De Carli?" chiese Ciano, improvvisamente brusco. 
"A un trattato di amicizia coi russi." rispose tranquilla la donna. "Questo ci permetterebbe di far sbollire i nostri studenti filocomunisti, oltre che, ed è la cosa più importante, importare gas e petrolio dalla Siberia e arrivare al greggio degli arabi alleati di Mosca."
 "E'un suicidio! Gli americani, gli inglesi e i francesi ci salteranno alla gola!" urlò il ministro degli Esteri Scola battendo il palmo della mano sul tavolo. "Per non parlare della Germania. E' il nostro partner economico principale, sta facendo passi da gigante e sta riarmando. Che diremo a Speer? Che è un altro degli eterni giri di valzer italiani?" 
"Siamo il primo regime fascista in Europa e l'unico sopravvissuto," interloquì l'esile ministro della Guerra, il generale Alfonso Paoloni. "Nessuno ci aiuterebbe se la Germania ci attaccasse. Nessuno verserebbe una lacrima sulla nostra disfatta. Con l'Austria alleata di Berlino, in poche ore avremmo la Reichswehr a Trento e a Venezia. E gli jugoslavi ne approfitterebbero per prendersi Trieste, l'Istria e Zara. Potremmo a malapena conservare l'Albania. E che ne sarebbe dell'Africa Orientale, cogli inglesi pronti ad accoltellarci dal Sudan? No, noi non siamo né militarmente né politicamente in grado di sostenere una mazzata del genere!" 
"Allora, camerata De Carli!" intervenne Galeazzo Ciano. "Come replichi a queste obiezioni?" 
"Dico che se il fascismo deve comunque morire per vigliaccheria, allora è molto meglio rischiare di essere travolti per una scelta coraggiosa." Maria De Carli voltò le spalle a Ciano e fissò gli altri consiglieri, uno alla volta. "Siamo rimasti neutrali nella seconda guerra mondiale. Ci siamo chiamati fuori nella cosiddetta guerra fredda. Non possiamo continuare a nasconderci. Chiedo che sulla mia proposta, che sottopongo contestualmente come mozione, il segretario nazionale chiami il Gran Consiglio del Fascismo ad esprimere la sua volontà." 
Le ultime affermazioni del ministro della Cultura e della Comunicazione infiammarono gli animi. Gerarchi e ministri non ci stavano a farsi dare pubblicamente del codardo. I consiglieri si alzarono in piedi e cominciarono a rumoreggiare. La sala del Gran Consiglio piombò nel caos. 
"Appoggio la mozione della camerata De Carli." disse improvvisamente una voce roca. Era il ministro dell'Interno Casamassima. Ottantacinquenne, era il gerarca fascista più anziano, l'unico del Consiglio reduce della marcia su Roma. Casamassima era stato stretto collaboratore di Mussolini e aveva favorito in tutti i modi l'ascesa al potere di Ciano nel 1944 dopo la morte improvvisa del Duce. La parola di Casamassima valeva spesso quella di Ciano. Qualche volta, sapeva Maria De Carli, anche più di quella di Ciano. 
Un mormorio di intonazione tutta particolare passò fra i consiglieri. Ciano aveva sentito quelle stesse frasi spezzate in altri momenti decisivi del passato. Ancora una volta cambia la musica della politica, pensò fra sé. Convocò i segretari per la votazione e rese pubblica la propria astensione. Un gesto puramente formale, come sapevano tutti in sala. Che il Capo del Fascismo avesse accettato di mettere ai voti la mozione De Carli, che il ministro dell'Interno Casamassima la appoggiasse, stava a significare che ci si aspettava un sì. Un caloroso sì. Rapidamente, a scrutinio palese, i gerarchi dell'Italia fascista si pronunciarono tutti, salvo i ministri degli Esteri e della Guerra che si astennero, a favore della mozione. Galeazzo Ciano scrisse rapido alcune righe su un blocco notes e compose un numero sul telefono che aveva al suo fianco. Subito comparve in sala l'addetto stampa del governo. 
"Passa questa notizia ai direttori di tutti i quotidiani e fa preparare radio e TV per un mio discorso a reti unificate." Il proprio tono, aspro e decisionista, sembrò per un momento a Ciano lo stesso del suocero. Si voltò verso il quadro che incombeva sulle sue spalle grasse: gli occhi spiritati di Mussolini sembravano guardarlo sempre più accigliati. 

CAPITOLO SECONDO 

Entro l'anno svolta nella politica estera italiana - Stasera alla radio e in televisione l'annuncio ufficiale nel discorso a reti unificate del segretario nazionale del Partito Fascista Galeazzo Ciano.
 La carta stampata non aveva osato alterare di una virgola il titolo vergato personalmente dal Capo del Fascismo. In un paese in cui cinquant'anni prima proprio un giornalista era arrivato ai vertici assoluti del potere la categoria aveva imparato solo la parte più facile della lezione: servire fedelmente chi comandava senza alcun volo d'ingegno. Ciano aveva timore di sbarazzarsene, ma nell'Italia fascista degli anni '70 la censura sulla stampa era virtualmente inutile. Ci pensavano da soli i direttori dei quotidiani a smorzare quello che andava alleggerito e a enfatizzare ciò che andava esaltato. Tutti sapevano ormai a memoria le veline del ministro Casamassima, con i suoi infiniti da questurino borbonico. 
La vera preoccupazione dei giornali erano tuttavia le nuove disposizioni aggiuntive sulla censura, emanate nel 1974 con decreto firmato dal ministro Maria De Carli. Non più  familiari ordini di servizio su ciò che andava in apertura, spalla e taglio, basta con i divieti assoluti di toccare un argomento piuttosto che un altro. Ora c'era un ponderoso tomo di quattrocento pagine, che conteneva formule oscure e frasi insolite. Qui bisognava pensare: il decreto si soffermava sull'importanza di far sviluppare i valori del fascismo nella stessa coscienza del lettore, tenendo presente se questi sia giovane o vecchio, istruito o ignorante, operaio o impiegato. Si esortavano i giornalisti a tornare sul campo,  cosa che non facevano più da mezzo secolo, per osservare la realtà intorno a sé, per capire la dinamica dei conflitti economici in atto. Si diceva con strana terminologia che nella misura in cui gli strati meno agiati tendono a trasformare la loro mancanza di prospettive nell'agitazione sociale e negli scontri di piazza, così la stampa deve indicare quei traguardi di miglioramento interiore e civico che possano combattere l'eversione politica e ricostituire senza incertezze l'unità della Nazione. 
Parole oscure, che quasi tutti i redattori al di sotto dei quarant'anni rinunciavano a capire, fidando ancora nelle rassicuranti veline del ministro Casamassima; parole che invece, per i giornalisti più anziani, pescavano senza dubbio a piene mani nella prosa di autori tabù da cinquant'anni: Marx, Lenin, Gramsci: questi i nomi che si scambiavano sottovoce i vecchi del giornalismo italiano, e il semplice suono di quei nomi atterriva. Chiudevano allora con uno schiocco secco il volume che conteneva il decreto De Carli e si auguravano in cuor loro di non doverlo mai davvero applicare. 
Marco Diletti aveva trentotto anni ed era giornalista televisivo. Da pochi mesi aveva sperimentato la più eccitante rivoluzione della sua vita: la nascita della seconda rete della TV di stato. L'Immagine Italiana, così i geni fascisti della comunicazione avevano ribattezzato nel 1973 la vecchia E.I.A.R. In quella occasione, dopo una roboante campagna propagandistica, era stata riaperta a Montecitorio la vecchia Camera dei Deputati. Sugli scranni polverosi abbandonati quasi mezzo secolo prima, per iniziativa di Galeazzo Ciano, da sempre in contatto con l'opposizione in esilio, insieme con una compatta legione di notabili fedelissimi del regime, aveva fatto capolino uno sparuto drappello di deputati definiti dallo stesso regime afascisti. Il ministro De Carli aveva dichiarato alla stampa che l'Italia era finalmente matura per un'opposizione politica e che presto sarebbero state indette vere e proprie elezioni: simbolo del nuovo, cinque deputati in tutto su un totale di oltre cinquecento. Cinque parlamentari che si distinguevano per il loro sistematico assenteismo. Il ministro della Cultura e della Comunicazione aveva arricchito il piatto con la promessa di una rete radiofonica e una televisiva per la voce dell'Italia afascista. 
All'E.I.A.R., ora L'Immagine Italiana, non si era perso molto tempo per formare gli organici delle nuove reti: poiché veri oppositori non ne esistevano, ai giornalisti più tiepidi verso il regime erano stati affiancati fascisti dichiarati, in maniera tale che questi ultimi potessero controllare i primi e dissuaderli da comportamenti troppo stravaganti. In realtà, nel selezionare i redattori del Telegiornale Due, l'Immagine Italiana si era affidata soprattutto al criterio dell'anzianità, reclutando per il prodotto nuovo personale fra i 25 e i 40 anni. Tutta gente che nella propria vita non aveva conosciuto altro che lo stato fascista, gente che, fatalmente, non poteva aspettarsi altro modo di vita. 
Un affare, insomma, per il regime. Con l'illusione della novità, il fascismo intendeva invece dare vita a una creatura giornalistica potenzialmente ancora più affidabile del vecchio e paludato telegiornale del primo canale. 
Fu così che Marco Diletti si trovò a fare parte della redazione del secondo TG. In una mattina rimasta celebre negli annali della TV di Stato a lui e ad altri sessanta giornalisti fu detto di portare armadio e scrivania personale al piano di sotto della celebre palazzina di via Teulada. Anche se stupito dal fatto che nessun operaio li venisse ad aiutare, Diletti, abituato a obbedire, eseguì senza discutere e si incolonnò insieme agli altri colleghi, appena un filo di imbarazzo di fronte ai commenti di scherno degli uscieri eritrei e albanesi. 
Da allora erano passati ormai alcuni mesi, e quella sera Diletti si trovava in redazione, come milioni di altri italiani incollato al video, a guardare e ad ascoltare il discorso alla Nazione di Sua Eccellenza il Segretario Nazionale del Partito Fascista, Guida del Paese, questo il titolo completo di Galeazzo Ciano nelle apparizioni pubbliche più importanti. Il vecchio appariva stanco, ma con gli occhi ancora vivaci. L'uniforme bianca da cerimonia faceva un piacevole contrasto con la fascia blu che gli attraversava il grasso tronco. I capelli nerissimi, luccicanti sotto le luci dei flash, sembravano quasi dipinti sul suo cranio. A Marco il Capo del Fascismo ricordò per un istante il vecchio maresciallo tedesco Hermann Goering, anche se non poteva esserci differenza maggiore fra l'incerto Ciano e il megalomane numero due del nazismo, avvelenato nella fortezza berlinese di Spandau nel 1945 dall'altro fanatico Rudolf Hess. All'Italia fascista, pensò fra sé‚ Marco Diletti, erano mancati per fortuna gli Hess, i Goering e i Rosenberg, per non parlare dei sadici come Himmler. Chissà dov'è finito quell'altro pazzo, rimuginò tra sé Diletti, ripensando a come,  subito dopo la morte di Hitler, il piccolo capo bavarese delle SS avesse clamorosamente defezionato, lasciandosi alle spalle il caos anarchico di Berlino e ricomparendo nella Parigi liberata dagli alleati, e infine beffando la sorveglianza della Military Police, dileguandosi dal quartier generale americano, nascosto in una cesta di panni sporchi.
Le riflessioni di Marco si interruppero non appena Ciano iniziò a parlare. Da quando la televisione era arrivata in tutte le case, il Capo del Fascismo aveva rinunciato ad arringare le folle dal balcone di Piazza Venezia. Non che detestasse le forme tribunizie tanto care a suo suocero: semplicemente non reggeva il confronto. Non aveva né i gesti né‚ la mimica facciale necessari, né‚ soprattutto la voce tonante di Benito Mussolini. Inoltre, con il passare degli anni, gli italiani erano sempre più disincantati verso i riti tradizionali del regime. Per questo Ciano aveva deciso di spogliare lentamente il fascismo dei suoi orpelli, fatidico balcone compreso. Dal 1.0 agosto 1944, data in cui aveva annunciato a trecentomila persone festanti la fine della guerra in Europa, Ciano aveva deciso di affacciarsi al balcone di Palazzo Venezia solo in occasione della tradizionale sfilata del 28 ottobre, anniversario della Rivoluzione fascista. 
In realtà, a Ciano piaceva molto di più il balcone elettronico, come amava chiamarlo. Appassionato di cinematografia e comunicazione fin da giovane, trovava nella televisione il mezzo ideale per un regime autoritario moderno: diretto, populista, paternalista. E a 72 anni, Galeazzo Ciano appariva sul piccolo schermo proprio come un padre di famiglia, confidenziale e severo nello stesso tempo. Anche la sua brutta voce, che tanto lo crucciava, finiva comunque per conquistare gli ascoltatori, che si convincevano, fra una battuta e un ammiccare malizioso, di stare ad ascoltare un vecchio saggio. 
Quella sera Ciano sedeva dietro la massiccia scrivania che era stata del suocero. Alle sue spalle, né‚ i teschi, né‚ i labari di Mussolini, solo un austero tricolore con lo stemma di casa Savoia. I tempi erano cambiati. Bisognava dare un'immagine rassicurante alle famiglie italiane riunite a tavola per cena. 
"Italiane e italiani" esordì sorridendo Galeazzo Ciano, guardando fisso nella telecamera, "poco più di mezzo secolo fa Benito Mussolini realizzava il sogno di una generazione: una rivoluzione che fosse nello stesso tempo sociale e nazionale. Un obiettivo difficile, da perseguire ogni giorno con impegno. Con gli anni abbiamo visto come questa meta sia ardua. Il sogno fascista, che fu sogno europeo, si è purtroppo frantumato fin troppe volte e in troppi paesi. Solo l'Italia ha scelto di continuare a sognare questo sogno. Ma oggi le cose sono cambiate. Oggi viviamo tempi nuovi. Tempi di pace, sì, ma anche tempi di contrapposizioni sociali e di crisi economica."
Ciano fece una pausa ad effetto e diede nel frattempo uno sguardo alla scaletta del discorso. Quindi riprese. 
"Un tempo esistevano le nazioni. Oggi esistono i mercati, che riuniscono più nazioni e fanno emergere un antico soggetto che da tempo sembrava dimenticato: gli sfruttati, i poveri, coloro che lavorano. Il fascismo deve recuperare tutti costoro e deve farlo insieme a quelle forze che storicamente hanno operato nel mondo a favore di chi non ha voce. Nessuno può negare che fascismo e socialismo abbiano una radice comune. Oggi, di fronte all'aggressione economica delle democrazie capitaliste, le Nazioni povere hanno deciso di unirsi e negare ai vecchi sfruttatori le proprie materie prime. Come biasimare i paesi islamici? La loro giusta indignazione contro i paesi colonialisti punisce anche l'Italia, e ciò è stato motivo di analisi da parte nostra. L'unica risposta che possiamo darci è che l'Italia deve rivitalizzare la propria rivoluzione legandosi a quelle Nazioni che da sempre hanno rivendicato il loro posto al fianco degli sfruttati. A tale scopo il Ministero degli Esteri ha avviato i primi contatti con l'omologo moscovita per arrivare alla stipula di un trattato di amicizia e mutua collaborazione economico-tecnologica con l'Unione delle Repubbliche… Socialiste Sovietiche."
Ciano si concesse un sorso d'acqua in diretta. Come commenteranno domani i giornali quell'esitazione prima della parola socialiste, pensò. Me ne dovrò occupare personalmente. Lo strappo era stato consumato, ma ora arrivava il difficile. Come reagirà il paese? Il Capo del Fascismo riprese a parlare e usò gli ultimi cinque minuti del suo discorso per il consueto bilancio politico e per gli auguri di Natale e fine anno. Poi si congedò con il suo tradizionale "Viva l'Italia", che aveva sostituito col tempo il fascista "A noi". L'immagine di Ciano sfumò nel tricolore con lo scudo di Savoia e la fanfara di Giovinezza segnalò che la trasmissione era terminata. 
La redazione del telegiornale Due era piombata nel caos più indescrivibile. "E' finito il regime!" andava urlando il caporedattore degli Interni. "Ve l'ho detto, l'ho capito quando è morto Franco in Spagna!" 
Nervosi più che mai, concitati, come in tutti i momenti critici del passato, i giornalisti dell'ex E.I.A.R. iniziarono un giro di telefonate in codice per carpire notizie di prima mano. Gli unici a restare quieti erano il caporedattore centrale, che in realtà era un funzionario del ministero della Cultura e della Comunicazione, e il direttore del TG. Entrambi erano stati informati in anticipo della svolta decisa da Ciano e sapevano che il vero fautore dell'apertura all'Unione Sovietica era stato il ministro Maria De Carli, l'astro nascente della politica italiana. Sapevano anche che Maria De Carli contava sull'appoggio del vecchio ministro dell'Interno Casamassima, come nel 1944 aveva fatto Ciano. Un'ascesa, la sua, da seguire con attenzione: il ministro non era il classico fascista in pantofole degli ultimi trent'anni. Era ambiziosa, intelligente, moderna e, si sapeva, anche vendicativa.  Soprattutto, era una donna. E questo, per un regime come il fascismo, significava danzare insieme al demonio.
Marco Diletti approfittò della confusione per uscire inosservato. Si diresse sicuro fuori dei cancelli del palazzone di via Teulada, fino a raggiungere una cabina telefonica pubblica. Non voleva rischiare di farsi intercettare dagli specialisti della Milizia. Entrato che fu, depose il gettone nell'apposita fessura e, non appena il telefono diede il segnale di libero, compose sul disco il numero tre. Una volta compiuto con il dito il breve arco, riaccompagnò violentemente il disco verso la posizione iniziale. Mentre recuperava il gettone, sentì che dal microfono veniva ancora il segnale di linea libera insieme con un ronzio di fondo. Bene. La piccola centralina era stata aggirata e con essa il collegamento con i registratori della Milizia. Prima che a via Tasso avessero avuto segnalazione del guasto sarebbe passata almeno mezz'ora. Lo stratagemma che, da universitario squattrinato, aveva consentito a Marco di scroccare centinaia di chiamate alla Telefonia Nazionale gli permetteva ora di scambiare quattro chiacchiere senza bisogno di alcun codice. Compose il numero e attese. 
"Parla Silvia, chi è?" rispose all'altro capo una voce giovane e sospettosa. 
"Sono Marco, tutto a posto. Chiamo da fuori. Sistema del tre."
"Ho appena finito di vedere il Gran Trombone, cos'è questa storia dell'accordo con Mosca?" All'altro capo, la voce della ragazza era incerta, nervosa.
"Se ne parla da qualche tempo," rispose Marco, "è opera della De Carli. Pensa a quello che è successo in soli due anni: prima la fine dei colonnelli in Grecia, poi la rivoluzione in Portogallo, infine la morte di Franco e la restaurazione della monarchia in Spagna poche settimane fa. Le camicie nere hanno paura, e così adesso vogliono tingersi di rosso. Come vanno le cose all'Università...?" 
"A Giurisprudenza sapevano che nonno Galeazzo avrebbe annunciato grosse novità..., ma questa supera ogni aspettativa." 
"Tu che pensi?" 
"Mah, cosa vuoi che ti dica? Il collettivo di ateneo prenderà contatti con le altre Università. Domattina ci sarà assemblea ed emetteremo un comunicato. Se la vuoi sapere tutta, la cosa puzza. Ci vogliono solo fare uscire allo scoperto." 
"Ci vediamo stasera da te?" 
"E'meglio di no, Marco. Hanno intensificato i controlli e ci sono dei blocchi stradali. Vieni domattina all'Università. Dopo la notizia di oggi, le spie della Milizia non si meraviglieranno nel vedere un giornalista che va a ficcare il naso fra gli studenti in lotta."

CAPITOLO TERZO 

Era proprio come aveva detto Silvia. La città universitaria di Roma pullulava letteralmente di agenti in borghese, ma soprattutto di giornalisti. Decine e decine di cronisti che, sulla scalinata di Giurisprudenza, luogo d'appuntamento della contestazione studentesca, assediavano centinaia di ragazzi con i capelli lunghi e ragazze con l'ampia gonna a fiori e gli zoccoli ai piedi. Domande su domande su quanto stava accadendo, la consueta rudezza dei giovani appena un po' smussata dal clima finalmente mite. L'inverno aveva concesso una pausa, decidendo di regalare una splendida giornata di sole. 
Il sit-in improvvisato proseguiva più a destra, verso il Rettorato. I giovani seduti in terra formavano un muro compatto lungo decine di metri. Discussioni animate si svolgevano ovunque, le voci si alzavano, poi scendevano di nuovo. Si accendevano zuffe, prorompevano insulti sanguigni, i giornalisti si precipitavano a vedere cosa stava accadendo, poi il dibattito riprendeva come niente fosse successo. Marco capì subito che la marea umana all'esterno del Rettorato era la parte degli studenti che non era riuscita a entrare nell'Aula Magna. Mentre si avvicinava, fu fermato con discrezione da un miliziano in borghese. Esibì il tesserino professionale e il poliziotto lo fece passare. Il documento fu quindi esaminato da un energumeno con un cespo di capelli crespi in testa e un lurido maglione sformato indosso. Apparentemente uno dei componenti del servizio d'ordine studentesco. Questi a sua volta, non senza una smorfia di disgusto, restituì a Marco le sue credenziali, lasciandolo infine entrare in Aula Magna. 
Difficile dire quanti fossero, più di mille di sicuro. Il silenzio all'interno dell'aula era opprimente. Come opprimente era il caldo provocato dalla traspirazione dei tanti corpi pressati l'uno contro l'altro. L'aria era satura del fumo di innumerevoli sigarette. Gli studenti erano stipati ovunque: avevano lasciato solo un'area di rispetto intorno alla lunga cattedra che campeggiava in fondo al grande locale. Marco guardò chi sedeva alla presidenza dell'assemblea e capì. Maria De Carli era venuta a parlare di persona con i contestatori. 
Che trovata, pensò Marco. Anche se, ne era certo, guardando bene avrebbe potuto scorgere, mimetizzati fra i giovani e i pochi fortunati cronisti accreditati come lui, decine di uomini scelti della Milizia. Sarebbero certamente intervenuti al minimo accenno di emergenza. Per quel giorno, però, si sarebbero accontentati di una silenziosa comparsata. 
Maria De Carli sedeva con aria in apparenza dimessa all'estrema destra della cattedra. Al suo fianco, in piedi, Valerio Fortunato, leader del collettivo studentesco romano, fratello di Silvia, stava esponendo la sua relazione. Seduti alla sinistra dell'oratore, Marco riconobbe Giorgio Boria, capo carismatico degli anarchici milanesi. Apparentemente, l'omone  si disinteressava all'assemblea ed era immerso nella lettura di un libro. C'era, infine, Settimo Fornari. Fornari insegnava sociologia all'Università ed era considerato il punto di riferimento della sinistra estrema, di quei gruppuscoli che da qualche tempo si diceva scendessero in piazza armati. Da qualche mese, infatti, nelle sempre più frequenti manifestazioni studentesche, cominciava a scapparci il morto. Con maggior frequenza tra i giovani, ma sempre meno raramente anche nelle file della Milizia. Sempre meno rari erano diventati poi i saccheggi nelle armerie, grazie anche al favore dell'oscurità imposta dalla crisi energetica. Tutte queste notizie Marco le apprendeva nei suoi giri di cronaca nera, estorcendole a poliziotti reticenti e a carabinieri spauriti. Uno sforzo inutile: neanche la nuova censura regolata dal decreto De Carli autorizzava a diffondere eventi così disfattistici. 
"... Stiamo attenti, compagne e compagni" scandiva nel microfono Valerio Fortunato, la voce roca. "Stiamo bene attenti a tenere a mente i due corni del problema: da una parte noi, il movimento degli studenti, socialista, antiautoritario e antimperialista; dall'altra loro" e indicò Maria De Carli, "il regime fascista, i nipotini di Hitler. Il nazismo dal volto umano. Guardatevi intorno e riconoscerete i loro questurini. Non fidiamoci, compagni. Ricordate cosa ha fatto il regime socialfascista di Mosca? In Polonia, Ungheria e in Cecoslovacchia ha schiacciato le libertà, esattamente come Mussolini e Ciano in Italia. E Hitler firmò già nel '39 un accordo con Stalin. Dov'è la novità? E noi dovremmo applaudire? Questa è propaganda, signor ministro della Comunicazione!" 
Fortunato si sedette, salutato da un'ovazione. Centinaia di pugni si levarono in alto e gli studenti iniziarono a cantare l'Internazionale. Maria De Carli si guardava impassibile le unghie. Settimo Fornari si alzò a sua volta, levò per un istante il pugno chiuso e si schiarì la voce. 
"Compagne e compagni, un momento di riflessione, vi prego" esordì nel suo tono pedante da cattedratico. "Ricordiamoci chi siamo noi e chi sono loro, dice il compagno Valerio, e ha ragione. Ma stiamo attenti a non buttare via l'acqua sporca con tutto il bambino. Per la prima volta nella sua storia questo regime si dice disposto a tradurre in pratica un nuovo corso basato su un'analisi scientifica dei fenomeni sociali. Cosa è questo se non marxismo? Dicono di capire che l'Italia è cambiata, ed è vero, l'Italia è cambiata, grazie soprattutto alle azioni di massa, all'illegalità di massa che in questi ultimi mesi gli studenti e le altre forze anticapitalistiche hanno scelto. Non siamo noi che veniamo a patti con il regime, ma il regime che viene a patti con noi. Qui si sta compiendo un atto rivoluzionario. Pensateci. Non sempre la rivoluzione assume le forme più classiche." 
Una donna bionda minuta in un anonimo vestito grigio entrò dall'ingresso posteriore dell'Aula Magna e prese posto vicino a Fornari. Marco riconobbe un altro gerarca del regime, il ministro dell'Educazione Nazionale Antonia Grimaldi. La donna guardò timorosa con Maria De Carli, ne ricevette un'occhiata di fuoco e si sedette. L'assemblea riconobbe il personaggio pubblico e presto il mormorio di disapprovazione degenerò in un boato di dissenso. 
"Compagni, per favore!" urlò Settimo Fornari al microfono. "Il ministro Grimaldi è venuta su invito del collettivo studentesco per illustrare il decreto di riforma della scuola e dell'Università che proporrà nella prossima riunione del Gran Consiglio!" 
"Servo dei fascisti!" 
"Venduto!"
"Spia!" 
Le urla e gli insulti non accennavano a fermarsi. Centinaia di studenti erano ormai in piedi a inveire contro la presidenza dell'assemblea. Maria De Carli continuava a fissare senza espressione un punto immaginario davanti a sé. I miliziani in borghese si guardavano intorno con preoccupazione. Il volto di Antonia Grimaldi era terreo. 
"Compagni!" urlò ancora Settimo Fornari. "Il ministro Grimaldi è venuta ad annunciare la cancellazione dei corsi obbligatori di mistica e ideologia fascista e la rimozione dei titolari di cattedra con più di dieci anni di anzianità!" 
"S..Sì, è vero" disse al microfono con voce incerta Antonia Grimaldi, alzandosi nella sua breve statura. "E non è tutto qui: una commissione di esperti scelta fuori del Partito sta elaborando nuovi testi di storia e filosofia. Per quanto riguarda diritto, codici e regolamenti, al ministero della Giustizia si stanno approntando alcune novità..."
"...la più consistente delle quali" continuò con voce sonora da tribuno Maria De Carli, che si era a sua volta levata in piedi, "è la fine del coprifuoco serale, il riconoscimento del diritto di sciopero non politico e la libertà di manifestare nei limiti consentiti dal regolamento di pubblica sicurezza precedente a quello vigente, che come sapete risale a prima del 1922. Il governo ha deciso di riportarlo in vigore da subito. Con questa decisione vengono a cadere contestualmente i mandati di cattura che pendevano su molti di voi." 
Nell'Aula Magna, all'improvviso, tacquero tutti per lo stupore. Marco non credeva alle proprie orecchie. Il regime aveva deciso davvero di suicidarsi? Si sentì improvvisamente tirare per la giacca. Era Silvia, che gli fece cenno di non parlare, e gli indicò di nuovo l'oratrice.
"Questo è solo l'inizio" aveva ripreso a dire Maria De Carli. "Fra qualche mese avrete un quadro più chiaro di come il governo di questo Paese ha deciso di mettere mano alla vita di tutti i giorni. In breve tempo sarete liberi di studiare la storia vista sotto ogni punto di vista, di accedere ai testi di Marx, Lenin e Gramsci, potrete creare organi rappresentativi stabili nell'Ateneo, avrete docenti più al passo con la modernità. Una cosa sia chiara, però. Il governo considera di essere venuto incontro in misura imponente alle vostre richieste. Ogni nuovo atto di illegalità di massa, come lo chiamate voi, sarà considerato perciò sovversione e le forze di sicurezza reagiranno di conseguenza." 
"Gratta gratta" disse sottovoce Silvia a Marco, "esce sempre fuori il fascista". 
"Quanto alla nuova politica estera decisa dal governo" concluse il ministro della Cultura e della Comunicazione, "l'apertura di trattative con l'Unione Sovietica per un trattato bilaterale di amicizia e collaborazione economica è avvenuta segretamente ieri mattina. Per domani si attende la firma dell'accordo fra il ministro degli Esteri Scola e il suo omologo sovietico Gromyko. Fra alcune settimane l'Italia stipulerà intese analoghe con le repubbliche socialiste di Polonia, Romania e Bulgaria. Sarà così chiaro a tutti che socialismo e fascismo perseguono il medesimo obiettivo di liberazione delle masse lavoratrici!" 
Maria De Carli levò le mani dal piano della lunga cattedra, da dove le teneva poggiate, e cominciò ad animarle, lasciandole muovere per sottolineare i passi più importante del discorso che si era preparata. I freddi occhi azzurri non guardavano più nel vuoto. Si soffermavano di volta in volta su uno studente diverso, cercando di trasfondersi in ogni anonimo sguardo, poi spaziavano a semicerchio sull'intera assemblea. Il cuore di Maria De Carli prese a battere in fretta. La mente, però, rimaneva lucidissima. 
"Cosa fu in effetti la marcia su Roma se non il tentativo di un'avanguardia di prendere in mano la sorte di un Paese dimenticato da una classe di politici corrotti e mediocri? Il popolo degli operai, dei contadini, che anni prima, nel sangue delle trincee del Carso, aveva scoperto cosa significava la parola Nazione, affrontava ora la sua battaglia più importante: quella per la dignità nella vita di tutti i giorni. So di parlare di fatti remoti, ma vedete, la storia è sempre quella, sfruttati e sfruttatori. Anche la Germania umiliata dalle democrazie capitalistiche reagì con un movimento di massa formato in gran parte da lavoratori e questo prese il potere nel 1933. Ma fascismo e nazismo, nati entrambi da quello stesso vortice rivoluzionario che in Russia aveva visto affermarsi il bolscevismo, non riuscirono a mantenere le promesse. In Italia, a causa del carattere debole della nostra Nazione; In Germania, a causa dell'abietta degenerazione razzistica che travolse il regime nazista e il suo folle capo." 
Maria De Carli accompagnava la sua lezione di storia usando le mani come sciabole. Fendeva con gesti violenti l'aria pesante dell'Aula Magna, poi chiudeva i pugni e se li portava al fianco del viso chiudendo gli occhi. Il volto le si era arrossato. In mente aveva ben chiaro il modello del suo discorso: Norimberga, 4 settembre 1934, quell'Adolf Hitler che aveva appena definito un folle, un abietto razzista. Rise dentro di sé a quella bugia detta al momento giusto. 
"La vigliaccheria, caratteristica del popolo italiano, e il delirio di onnipotenza, peculiarità di quello tedesco" ripeté scandendo bene le parole Maria De Carli. "Ciò ha portato il socialismo più originale nato in Europa a perdersi nell'attacco concentrico condotto dalle democrazie capitaliste e dal sionismo internazionale. E l'inganno fu così bene orchestrato che anche il grande fratello sovietico finì per cadere nell'inganno. Ci fu la guerra tra le ideologie sorelle d'Europa. La Germania perì, l'Italia sopravvisse solo per vergognarsi. Ma ora..." 
Maria De Carli riaprì gli occhi, che apparivano lucidi e prossimi alle lacrime. Del rossore intenso di prima, il bel volto, ora colore del gesso, conservava solo due macchie accese sulle gote. Migliaia di occhi erano fissi su di lei, ammaliati dalla sua metamorfosi: sembrava il ritratto di una beata seicentesca in estasi. 
"Ora..." riprese Maria De Carli, "ora ci è dato modo di riparare ai nostri torti. In trent'anni il fascismo italiano si è lasciato indecorosamente vivacchiare, riformando per sopravvivere. Adesso è tempo di gettare il nostro attacco là dove ci aspettano le sfide di questi anni: guardate alla moralità senza macchia dei paesi islamici: Pakistan, Arabia Saudita, Yemen, Kuwait, Iraq, Siria, Giordania, Egitto, Sudan, Tunisia e Algeria, fin giù all'Africa nera e all'Indonesia. Nazioni fra le più povere e le più ricche del mondo, unite dalla credenza in una sola fede, hanno scelto di combattere il capitalismo e il colonialismo fino alla vittoria finale. Da lì dobbiamo prendere esempio, un ideale puro per ricostruire noi stessi e l'Italia. Torniamo sulla strada, impariamo come vivono gli operai, i lavoratori, costruiamo il futuro insieme con loro e insieme con il Paese nostro fratello, un paese che è stato da sempre la culla degli sfruttati di tutto il mondo, l'Unione Sovietica!" 
La voce di Maria De Carli echeggiò nel silenzio dell'Aula Magna. La donna aveva parlato senza microfono ed era riuscita a rapire l'interesse di tutti. Si ergeva in tutta la sua figura slanciata, a testa alta e senza alcun timore. Terminato che ebbe di parlare valutò con uno dei suoi sguardi a tutto campo l'effetto che le sue parole avevano avuto sull'uditorio. Proprio come vent'anni prima in quello stesso posto, quando aveva imparato le basi dell'etica fascista e della comunicazione elitaria. Maria De Carli sapeva, ancor prima di aprire bocca, che dalla sua persona emanava un'aura. Nessuno può contrastare chi porta la verità, perché‚ in sé costui cela una frazione di onnipotenza, una promessa che immancabilmente sarà mantenuta nel 'karma' del Geist, nella rinascita dello spirito. Questo aveva appreso Maria De Carli in quei giorni lontani. Le sembrava ancora di ricordare le lezioni di mistica. Come sbagliavano gli studenti a rinunciare a quel distillato di saggezza millenaria! Meglio, molto meglio così. Sarebbe stato più facile per la nuova aristocrazia imporsi sulla massa inerte. 
Maria De Carli sapeva che gli studenti sarebbero ammutoliti davanti al nemico che li sfidava apertamente. Sapeva che in quel miscuglio ideologico che aveva loro fornito ciascuno poteva indovinare, ragionando con il cuore, i confusi contorni delle proprie aspirazioni. E cos'altro era il fascismo, se non cuore e azione? Il vecchio leone che aveva trionfato mezzo secolo prima in Europa era tornato a ruggire. Glielo dicevano quegli sguardi giovani incuriositi, intimiditi, molti apertamente interessati all'accattivante prospettiva che il regime, ormai apparentemente spoglio di ogni continuità con la sua tradizione, faceva indovinare. Glielo diceva lo sguardo vacuo di Valerio Fortunato, e glielo dicevano soprattutto gli occhi febbrili di Settimo Fornari. L'anarchico Boria non aveva invece per un solo momento abbandonato la sua lettura. Poco male, sembrava il politico meno importante fra i tre alla presidenza dell'assemblea. 
Maria De Carli voltò infine le spalle al pubblico e abbandonò l'Aula Magna, seguita dal disorientato ministro dell'Educazione Nazionale Antonia Grimaldi e da una sessantina di guardie del corpo in borghese. I movimenti circospetti dei miliziani riscossero l'assemblea dallo choc muto in cui le parole di Maria De Carli l'avevano precipitata. Nuove violente discussioni si accesero, si formarono decine di capannelli. 
"Compagne e compagni," riprese Valerio Fortunato. "Sapete come la penso io. Ma l'intervento del ministro De Carli e le notizie che ci sono state date rappresentano senza dubbio novità clamorose. A questo punto il movimento deve decidere se concedere al governo una tregua per mettere in pratica quanto promesso. Chi è d'accordo per votare questa proposta?" 
"Io voterò contro" disse tetro Giorgio Boria, posando il suo libro sul tavolo della presidenza. "Non è la prima volta" riprese con tono piatto l'anarchico milanese alzandosi in piedi, "che il serpente fascista incanta le masse e le sue avanguardie. E' già accaduto nel '39. E ancor prima, in Spagna, i libertari pagarono caro il loro anticonformismo, soccombendo proprio per mano comunista. Oggi vedo la stessa attrazione fatale ripetersi ancora una volta. Attenti al ministro De Carli. Voi non siete abituati a questo tipo di dittatura. Qui forse muore il fascismo, ma rischia di rinascere la croce uncinata. Butteremo le camicie nere per indossare quelle brune." Boria si abbandonò sulla sua sedia, e riprese da dove l'aveva interrotta la lettura del suo libro. Quasi nessuno aveva ascoltato il suo intervento. 
"Compagni" riprese Settimo Fornari, "abbiamo lasciato com'era giusto che il compagno Boria dicesse la sua. Ora per favore decidiamo se mettere ai voti la mozione di Fortunato. Io mi associo!" 
Centinaia di pugni si alzarono in aria. 
"E adesso, compagne e compagni, il voto del movimento romano sull'opportunità di una tregua politico-sociale di tre mesi per consentire al governo di introdurre le novità annunciate e a noi di giudicarle sui fatti!" 
Stavolta i pugni alzati furono piu di millecinquecento.

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