Luigi Pirandello

Niente
(Leseprobe aus: Novelle per un anno, 1923)

La botticella che corre fragorosa nella notte per la vasta piazza deserta, si ferma davanti al freddo chiarore d'una vetrata opaca di farmacia all'angolo di via San Lorenzo. Un signore impellicciato si lancia sulla maniglia di quella vetrata per aprirla. Piega di qua, piega di l - che diavolo? - non s'apre.

- Provi a sonare, - suggerisce il vetturino.

- Dove, come si suona?

- Guardi, c' l il pallino. Tiri.

Quel signore tira con furia rabbiosa.

- Bell'assistenza notturna!

E le parole, sotto il lume della lanterna rossa, vaporano nel gelo della notte, quasi andandosene in fumo.

Si leva lamentoso dalla prossima stazione il fischio d'un treno in partenza. Il vetturino cava l'orologio; si china verso uno dei fanaletti; dice:

- Eh, vicino le tre...

Alla fine il giovine di farmacia, tutto irto di sonno, col bavero della giacca tirato fin sopra gli orecchi, viene ad aprire.

E subito il signore:

- C' un medico?

Ma quegli, avvertendo sulla faccia e sulle mani il gelo di fuori, d indietro, alza le braccia, stringe le pugna e comincia a stropicciarsi gli occhi, sbadigliando:

- A quest'ora?

Poi, per interrompere le proteste dell'avventore, il quale - ma s, Dio mio, s - tutta quella furia, s, con ragione: chi dice di no? - ma dovrebbe pure compatire chi a quell'ora ha anche ragione d'aver sonno - ecco, ecco, si toglie le mani dagli occhi e prima di tutto gli fa cenno d'aspettare; poi, di seguirlo dietro il banco, nel laboratorio della farmacia.

Il vetturino intanto, rimasto fuori, smonta da cassetta e vuole prendersi la soddisfazione di sbottonarsi i calzoni per far l apertamente, al cospetto della vasta piazza deserta tutta intersecata dai lucidi binarii delle tramvie, quel che di giorno non lecito senza i debiti ripari.

Perch pure un piacere, mentre qualcuno si dibatte in preda a qualche briga per cui deve chiedere agli altri soccorso e assistenza, attendere tranquillamente, cos, alla soddisfazione d'un piccolo bisogno naturale, e veder che tutto rimane al suo posto: l, quei lecci neri in fila che costeggiano la piazza, gli alti tubi di ghisa che sorreggono la trama dei fili tramviarii, tutte quelle lune vane in cima ai lampioni, e qua gli uffici della dogana accanto alla stazione. 

Il laboratorio della farmacia, dal tetto basso, tutto scaffalato, quasi al bujo e appestato dal tanfo dei medicinali. Un sudicio lumino a olio, acceso davanti a un'immagine sacra sulla cornice dello scaffale dirimpetto all'entrata, pare non abbia voglia di far lume neanche a se stesso. La tavola in mezzo, ingombra di bocce, vasetti, bilance, mortaj e imbuti, impedisce di vedere in prima se sul logoro divanuccio di cuojo, l sotto a quello scaffale dirimpetto all'entrata, sia rimasto a dormire il medico di guardia.

- Eccolo, c' - dice il giovine di farmacia, indicando un pezzo d'omone che dorme penosamente, tutto aggruppato e raffagottato, con la faccia schiacciata contro la spalliera.

- E lo chiami, perdio!

- Eh, una parola! Capace di tirarmi un calcio, sa?

- Ma medico?

- Medico, medico. Il dottor Mangoni.

- E tira calci?

- Capir, svegliarlo a quest'ora...

- Lo chiamo io!

E il signore, risolutamente, si china sul divanuccio e scuote il dormente.

- Dottore! dottore!

Il dottor Mangoni muggisce dentro la barbaccia arruffata che gl'invade quasi fin sotto gli occhi le guance; poi stringe le pugna sul petto e alza i gomiti per stirarsi; infine si pone a sedere, curvo, con gli occhi ancora chiusi sotto le sopracciglia spioventi. Uno dei calzoni gli rimasto tirato sul grosso polpaccio della gamba e scopre le mutande di tela legate all'antica con una cordellina sulla rozza calza nera di cotone.

- Ecco, dottore... Subito, la prego, - dice impaziente il signore. - Un caso d'asfissia...

- Col carbone? - domanda il dottore, volgendosi ma senza aprir gli occhi. Alza una mano a un gesto melodrammatico e, provandosi a tirar fuori la voce dalla gola ancora addormentata, accenna l'aria della "Gioconda": Suicidio? In questi fieeeriii momenti...

Quel signore fa un atto di stupore e d'indignazione. Ma il dottor Mangoni, subito, arrovescia indietro il capo e incignando ad aprire un occhio solo:

- Scusi, - dice, - un suo parente?

- Nossignore! Ma la prego, faccia presto! Le spiegher strada facendo. Ho qui la vettura. Se ha da prendere qualche cosa...

- S, dammi... dammi... - comincia a dire il dottor Mangoni, tentando d'alzarsi, rivolto al giovine di farmacia.

- Penso io, penso io, signor dottore, - risponde quello, girando la chiavetta della luce elettrica e dandosi attorno tutt'a un tratto con una allegra fretta che impressiona l'avventore notturno.

Il dottor Mangoni storce il capo come un bue che si disponga a cozzare, per difendersi gli occhi dalla sbita luce.

- S, bravo figliuolo, - dice. - Ma mi hai accecato. Oh, e il mio elmo? dov'?

L'elmo il cappello. Lo ha, s. Per averlo, lo ha: positivo. Ricorda d'averlo posato, prima d'addormentarsi, su lo sgabello accanto al divanuccio. Dov' andato a finire?

Si mette a cercarlo. Ci si mette anche l'avventore; poi anche il vetturino, entrato a riconfortarsi al caldo della farmacia. E intanto il commesso farmacista ha tutto il tempo di preparare un bel paccone di rimedii urgenti.

- La siringa per le iniezioni, dottore, ce l'ha?

- Io? - si volta a rispondergli il dottor Mangoni con una maraviglia che provoca in quello uno scoppio di risa.

- Bene bene. Dunque, si dice, carte senapate. Otto, basteranno? Caffeina, stricnina. Una Pravaz. E l'ossigeno, dottore? Ci vorr pure un sacco d'ossigeno, mi figuro.

- Il cappello ci vuole! il cappello! il cappello prima di tutto! - grida tra gli sbuffi il dottor Mangoni. E spiega che, tra l'altro, c' affezionato lui a quel cappello, perch un cappello storico: comperato circa undici anni addietro in occasione dei solenni funerali di Suor Maria dell'Udienza, Superiora del ricovero notturno al vicolo del Falco, in Trastevere, dove si reca spesso a mangiare ottime ciotole di minestra economica, e a dormire, quando non di guardia nelle farmacie.

Finalmente il cappello trovato, non l nel laboratorio ma di l, sotto il banco della farmacia. Ci ha giocato il gattino.

L'avventore freme d'impazienza. Ma un'altra lunga discussione ha luogo, perch il dottor Mangoni, con la tuba tutta ammaccata tra le mani, vuole dimostrare che il gattino, s, senza dubbio, ci ha giocato, ma che anche lui, il giovine di farmacia, le ha dovuto dare col piede, per giunta, una buona acciaccata sotto il banco. Basta. Un gran pugno allungato dentro la tuba, che per miracolo non la sfonda, e il dottor Mangoni se la butta in capo su le ventitr.

- Ai suoi ordini, pregiatissimo signore! 

- Un povero giovine, - prende a dir subito il signore rimontando su la botticella e stendendo la coperta su le gambe del dottore e su le proprie.

- Ah, bravo! Grazie.

- Un povero giovine che m'era stato tanto raccomandato da un mio fratello, perch gli trovassi un collocamento. Eh gi, capisce? come se fosse la cosa pi facile del mondo; t-o-to, fatto. La solita storia. Pare che stiano all'altro mondo, quelli della provincia: credono che basti venire a Roma per trovare un impiego: t-o-to, fatto. Anche mio fratello, sissignore! m'ha fatto questo bel regalo. Uno dei soliti spostati, sa: figlio d'un fattore di campagna, morto da due anni al servizio di questo mio fratello. Se ne viene a Roma, a far che? niente, il giornalista, dice. Mi presenta i titoli: la licenza liceale e uno zibaldone di versi. Dice: "Lei mi deve trovar posto in qualche giornale". Io? Roba da matti! Mi metto subito in giro per fargli ottenere il rimpatrio dalla questura. E intanto, potevo lasciarlo in mezzo alla strada, di notte? Quasi nudo, era; morto di freddo, con un abituccio di tela che gli sventolava addosso; e due o tre lire in tasca: non pi di tanto. Gli do alloggio in una mia casetta, qua, a San Lorenzo, affittata a certa gente... lasciamo andare! Gentuccia che subaffitta due camerette mobiliate. Non mi pagano la pigione da quattro mesi. Me n'approfitto; lo ficco l a dormire. E va bene! Passano cinque giorni; non c' verso d'ottenere il foglio di rimpatrio dalla questura. La meticolosit di questi impiegati: come gli uccelli, sa? cacano da per tutto, scusi! Per rilasciare quel foglio debbono far prima non so che pratiche l, al paese; poi qua alla questura. Basta: questa sera ero a teatro, al Nazionale. Viene, tutto spaventato, il figlio della mia inquilina a chiamarmi a mezzanotte e un quarto, perch quel disgraziato s'era chiuso in camera, dice, con un braciere acceso. Dalle sette di sera, capisce?

A questo punto il signore si china un poco a guardare nel fondo della vettura il dottore che, durante il racconto, non ha pi dato segno di vita. Temendo che si sia riaddormentato, ripete pi forte:

- Dalle sette di sera!

- Come trotta bene questo cavallino, - gli dice allora il dottore Mangoni, sdrajato voluttuosamente nella vettura.

Quel signore resta, come se al bujo abbia ricevuto un pugno sul naso.

- Ma scusi, dottore, ha sentito?

- Sissignore.

- Dalle sette di sera. Dalle sette a mezzanotte, cinque ore.

- Precise.

- Respira per, sa! Appena appena. tutto rattrappito, e...

- Che bellezza! Saranno... s, aspetti, tre... no, che dico tre? cinque anni saranno almeno, che non vado in carrozza. Come ci si va bene!

- Ma scusi, io le sto parlando...

- Sissignore. Ma abbia pazienza, che vuole che m'importi la storia di questo disgraziato?

- Per dirle che sono cinque ore...

- E va bene! Adesso vedremo. Crede lei che gli stia rendendo un bel servizio?

- Come?

- Ma s, scusi! Un ferimento in rissa, una tegola sul capo, una disgrazia qualsiasi... prestare ajuto, chiamare il medico, lo capisco. Ma un pover'uomo, scusi, che zitto zitto si accuccia per morire?

- Come! - ripete, vieppi trasecolato, quel signore.

E il dottor Mangoni, placidissimo:

- Abbia pazienza. Il pi l'aveva fatto, quel poverino. Invece del pane, s'era comperato il carbone. Mi figuro che avr sprangato l'uscio, no? otturato tutti i buchi; si sar magari alloppiato prima; erano passate cinque ore; e lei va a disturbarlo sul pi bello!

- Lei scherza! - grida il signore.

- No no; dico sul serio.

- Oh perdio! - scatta quello. - Ma sono stato disturbato io, mi sembra! Sono venuti a chiamarmi...

- Capisco, gi, a teatro.

- Dovevo lasciarlo morire? E allora, altri impicci, vero? come se fossero pochi quelli che m'ha dati. Queste cose non si fanno in casa d'altri, scusi!

- Ah, s, s; per questa parte, s, ha ragione, - riconosce con un sospiro il dottor Mangoni. - Se ne poteva andare a morire fuori dai piedi, lei dice. Ha ragione. Ma il letto tenta, sa! Tenta, tenta. Morire per terra come un cane... Lo lasci dire a uno che non ne ha!

- Che cosa?

- Letto.

- Lei?

Il dottor Mangoni tarda a rispondere. Poi, lentamente, col tono di chi ripete una cosa gi tant'altre volte detta:

- Dormo dove posso. Mangio quando posso. Vesto come posso.

E subito aggiunge:

- Ma non creda oh, che ne sia afflitto. Tutt'altro. Sono un grand'uomo, io, sa? Ma dimissionario.

Il signore s'incuriosisce di quel bel tipo di medico in cui gli avvenuto cos per caso d'imbattersi; e ride, domandando:

- Dimissionario? Come sarebbe a dire dimissionario?

- Che capii a tempo, caro signore, che non metteva conto di nulla. E che anzi, quanto pi ci s'affanna a divenir grandi, e pi si diventa piccoli. Per forza. Ha moglie lei, scusi?

- Io? Sissignore.

- Mi pare che abbia sospirato dicendo sissignore.

- Ma no, non ho sospirato affatto.

E allora, basta. Se non ha sospirato, non ne parliamo pi.

E il dottor Mangoni torna a rannicchiarsi nel fondo della vettura, dando a vedere cos che non gli pare pi il caso di seguitare la conversazione. Il signore ci resta male.

- Ma come c'entra mia moglie, scusi?

Il vetturino a questo punto, si volta da cassetta e domanda:

- Insomma, dov'? A momenti siamo a Campoverano!

- Uh, gi! - esclama il signore. - Volta! volta! La casa passata da un pezzo.

- Peccato tornare indietro, - dice il dottor Mangoni, quando s' quasi arrivati alla mta.

Il vetturino volta, bestemmiando. 

Una scaletta buja, che pare un antro dirupato: tetra umida fetida.

- Ahi! Maledizione. Didiodio!

- Che cos'? s' fatto male?

- Il piede. Ahiahi. Ma non ci avrebbe un fiammifero, scusi?

- Mannaggia! Cerco la scatola. Non la trovo!

Alla fine, un barlume che viene da una porta aperta sul pianerottolo della terza branca.

La sventura, quando entra in una casa, ha questo di particolare: che lascia la porta aperta, cos che ogni estraneo possa introdursi a curiosare.

Il dottor Mangoni segue zoppicando il signore che attraversa una squallida saletta con un lumino bianco a petrolio per terra presso l'entrata; poi, senza chieder permesso a nessuno, un corridojo bujo, con tre usci: due chiusi, l'altro, in fondo, aperto e debolmente illuminato. Nello spasimo di quella storta al piede, trovandosi col sacco dell'ossigeno in mano, gli viene la tentazione di scaraventarlo alle spalle di quel signore; ma lo posa per terra, si ferma, si appoggia con una mano al muro, e con l'altra, tirato su il piede, se lo stringe forte alla noce, provandosi a muoverlo in qua e in l, col volto tutto strizzato.

Intanto, nella stanza in fondo al corridojo, scoppiata, chi sa perch, una lite tra quel signore e gl'inquilini. Il dottor Mangoni lascia il piede e fa per muoversi, volendo sapere che cosa accaduto, quando si vede venire addosso come una bufera quel signore che grida:

- S, s, da stupidi! da stupidi! da stupidi!

Fa appena a tempo a scansrlo; si volta, lo vede inciampare nel sacco d'ossigeno:

- Piano! piano, per carit!

Ma che piano! Quello allunga un calcio al sacco; se lo ritrova tra i piedi; di nuovo per cadere e, bestemmiando, scappa via, mentre sulla soglia della stanza in fondo al corridojo appare un tozzo e goffo vecchio in pantofole e papalina, con una grossa sciarpa di lana verde al collo, da cui emerge un faccione tutto enfiato e paonazzo, illuminato dalla candela stearica, sorretta in una mano.

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